Ho sempre pensato (in realtà è da circa due anni che lo penso, ma utilizzare avverbi come “sempre” o “mai”,seppur cosi categorici e in qualche modo fuorvianti,fa sempre un certo effetto) che l’Antropologia fosse alla base di ogni sapere o,per dirla in maniera diversa, rappresentasse il fulcro di ogni sapere. Come se fosse in grado di sostenere la medicina, il diritto,l’economia. Come se fosse in grado di inquadrarle,in qualche modo.
La verità dell’antropologia sta proprio nel fatto di non possedere una verità.
Ha ragione Claudia quando dice che una parte di lei ha voluto studiare antropologia per poter arrivare a capire la Verità. Anche per me è stato cosi. ..In fondo mi aspettavo che no ne avrei trovata una.
Tutte le discipline in qualche modo hanno l’arroganza di pensarsi come in qualche modo portatrici di una qualche verità,in qualche modo assoluta. L’atteggiamento antropologico mi sembrava cosi rivoluzionario, cosi fuori dagli schemi, cosi in qualche modo culturalmente non influenzato che la mia passione per questa disciplina si è trasformata in qualche maniera in una qualche forma di credo e fede cieca ed incondizionata.
L’ho già ripetuto; in qualche modo l’antropologia mi fa nuotare in un mare di costruzioni culturali dove non riesco a cogliere niente di naturale, vero ed oggettivo. Mi sono ritrovata cosi tanto in questo atteggiamento antropologico del relativizziamo-ogni-cosa che c’ho quasi perso la salute mentale. Davvero, non sto esagerando.
Non me la sono vissuta con distacco, mi ci sono buttata con cosi tanta passione che mi ci sono persa dentro.
Ho cosi relativizzato ogni cosa, persino il concetto di essere uomini e donne,che in certi momenti ho persino pensato di essere “bisessuale” (nel senso di non ritrovarmi neanche nella più estrema categoria dell’essere “femminile”)
Penso che lo shock più grande sia stata relativizzare l’identità sessuale e di genere.
Non mi sto dichiarando né omosessuale,né bisessuale, né categoricamente eterosessuale.
Le differenze biologiche esistono. In fondo io ho una vagina e mio fratello c’ha un pene,per dire.
Questo è un dato incontestabile e sicuramente espressione di differenze di “genere” in qualche modo universali ed oggettive.
Ma non c’è solo questo.
Anche il modo in cui viviamo il sesso,non vi sembra culturalmente determinato?
Il sesso è una vera e propria performance culturale.
Quanto c’è di vero e biologico in ciò che ci attrae sessualmente,in ciò che ci fa provare piacere?
Il sesso non è poi una cosa cosi naturale.
Inoltre se fosse qualcosa di semplicemente naturale ed istintivo, noi limiteremo esso alla sola procreazione. Noi non facciamo sesso solo per procreare. Anzi. Facciamo sesso per provare piacere, ma non solo piacere puramente fisico. Lo facciamo per relazionarci con l’altro,perché ci sembra la forma più estrema di intimità tra due persone. Facciamo sesso per vendetta,a volte,o per noia. Per amore..per un sacco di motivi diversi che,guarda caso, non sono "mai" supportati da motivazioni di tipo biologico.
Adesso: se il sesso è in qualche modo ricerca del piacere fisico (dove per fisico intendo comunque qualcosa che riguarda un modo squisitamente culturale di viverlo)..perchè non viverlo anche con persone ,come dire, uguali a noi da un punto di vista fisiologico…??
Cavolo,non so spiegarmi..ed in realtà questo discorso mi imbarazza enormemente.
Quello che voglio dire è: tecnicamente siamo tutti bisessuali..nel senso che siamo tutti né uomini né donne. Nel senso che se leggiamo queste differenze come due categorie culturali di costruzione dell’identità,possiamo giocare con esse e possiamo costruire in maniera più o meno consapevole la nostra identità sessuale..
Cavolo..non sono chiara..
Non riesco ad esserlo.
Volevo solo aprire una qualche discussione intorno a questo tema,sul quale,per altro, contavo di farci una tesi.
Do la colpa di questo mio sproloquio al fatto di stare leggendo il libro per l’esame di sociologia. Questo m’ha dato la voglia di ragionare un po’ su quello che stavo leggendo e,per evitare di parlare da sola, ho deciso di scriverci un post.
Kiss
sabato 17 maggio 2008
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8 commenti:
Beh, direi che "in qualche modo" hai centrato l'argomento. Quando si parla di "crisi dell'antropologo" si intende proprio questo. Credo che ognuno, a modo suo, vive questa crisi; in particolare quando ci si trova davanti ad una forma di consapevolezza così monolitica, così pesante e greve nel suo essere un flusso poco distinto che è l'antropologia.
E quindi, si, anche io mi ci trovo. E che fare se non tentare di nuotarci.
Dici che non trovi niente di vero, niente di oggettivo e fisso. Beh, si. Ma questo non è un problema.
Qualcosa che si può vedere come fisso c'è e, a parer mio, non è male scegliere che questo paletto, quest'ancora sia il fluire degli eventi, il fatto stesso che tutto sia immerso nella storia, che le vicende siano intimamente intrecciate e dipendenti le une dalle altre. E che questa dipendenza dipenda a volte anche dalle nostre scelte.
Quindi... Si, trovarsi qui a categorizzare la realtà e usare parole che la definiscano imponendole limiti e costrizioni a lei estranei mi fa un po' soffrire.
Ma funziona così. Cerchiamo di essere critici verso le categorie che usiamo, verso le nostre definizioni e di saperci autocriticare. Ma senza perdere di vista il fatto che stiamo vivendo, compiendo delle scelte e che per quanto possiamo usare una certa focale per vedere il mondo nel suo complesso quando parliamo di quello che succede a noi allora dobbiamo cambiare messa a fuoco. Non so se mi spiego...
La discussione, partendo da presupposti così ampi, potrebbe finire a parare, che so, sul gioco della pelota o sulle candele nelle chiese. Ma visto che gli diamo un taglio sessuale, e visto che il Messico non manca certo di spunti in questa direzione, perché non seguire questo orientamento.
Ora serve qualche specifica tecnica: dal momento che parlo dal mio punto di vista, di un me-ora-qui, specifico che me-ora-qui sono.
Qui dovrebbe essere qualcosa come mezzanotte/l'una di sabato sera. Io mi trovo nella casa in cui sono ospite, più o meno recluso. Il fatto è che siamo tornati tardi dalla nostra escurzione. Il parentado è crollato perché non regge questi ritmi. Maite, la 21enne figlia della padrona di casa, era già uscita, quindi niente compagnia nè guida. E per di più Città del Messico è la più dispersa, grande e incasinata città in cui sia mai stato. Insomma, un posto dove non vivrei. E questa casa rimane nella periferica zona dei riccastri, stile urbano americano, ville abbastanza anni 70 o coloniali, strade lunghissime, interminabili, nessun trasporto pubblico... Diciamo che non posso fare altro che scrivere al computer per combattere contro la mia insonnia. In più sono vittima di un potente attacco di logografia.
Altra informazione interessante per capire la situazione attuale: vorrei essere fuori non solo perché è sabato sera, sono nella terra della tequila, del rum, dei margarita e delle fiestas, ma anche perché le donne messicane sono qualcosa che potrebbe addirittura convincermi a rimanere in una città così pesante.
Sarà il fascino di alcuni tratti nahua, sarà il fatto che sorridono in un modo tra l'accattivante e l'innocente che definirei irresistibile, sarà che i locali sono brutti o comunque diversi e se non altro per una volta ho il fascino dell'esotico dalla mia parte. Ma probabilmente sarà che si vedono delle shilouettes da paura... in ogni caso il tema sesso in questo momento di solitudine e clausura e con queste immagini a stuzzicarmi non mi riesce del tutto indifferente.
(E se sono riuscito a dire tutto questo senza sembrare volgare o terribilmente machista - come mi sembrano gli uomini quando parlano di donne - direi che mi merito un premio alla retorica!)
In ogni caso, si parlava di categorie. Come sempre.
Sì, le categorie sono una brutta bestia. Ci impongono dei limiti che ci autorestringono in spazi angusti e irrespirabili.
Ma alla fine sono gli unici spazi che riusciamo ad adornare di amici e socializzazione. E questo è indiscutibilmente qualcosa che ci fa piacere.
Si badi bene, io non sono d'accordo con queste limitazioni. Anzi.
Sono il primo a sostenere che la sessualità non ha limiti, che la "natura", per sua natura, non delimita ma unisce e che certe costruzioni ci fanno solo male. E se la vogliamo mettere giù nell'ottica del nostro amato Amore Romantico occidentale (di cui, ora un po' me ne vergogno, sono stato un cultore profondissimo in passato - glicemia a mille a pensare a quei tempi)... l'amore non ha barriere.
Men che meno barriere che dipendono da come noi ci immaginiamo la realtà.
Quindi, sì, mi unisco al grido contro il sessismo di ogni genere, maschilismo, femminismo, gayismo, lesbismo, etero o omo ismo che sia. Mi unisco alla voce che vuole smetterla di sentir parlare di orgoglio etero o di orgoglio omo. Cosa vuol dire? Sono orgoglioso di escludermi una fetta di possibilità? No. Tutto va tutto viene. Io provo tutto.
Qui, però, i distinguo nascono non appena ci immergiamo nei legami idrogeno del flusso storico e sociale. E nella realtà scopriamo che questo grido si dimentica di tutto quello che è successo in millenni di storia, delle ideologie, delle pratiche, ma soprattutto di quello che succede ora, dei sistemi politico-socio-economici che si basano su un certo status quo. E se vogliamo credere che questo si possa cambiare solo perché noi siamo convinti di "avercelo più lungo" - lo sguardo - e di aver capito che questi limiti, guarda un po', ci limitano... beh, allora io aggiungerei un altro bel po' di cose da cambiare. Il sistema economico mondiale in testa.
Ma ora non vorrei fare il disfattista, quello che getta la spugna, o meglio la lancia, di fronte ai mulini a vento. No, non sia mai. Io mi ci fiondo.
Però senza illusioni. Sono Don Chijotte ma so di esserlo. La mia follia è solo nel mio sguardo, non nel mio cervello.
Quindi, regoliamo solo un po' il tiro. Vediamo di mettere in pratica, nella realtà concreta, queste convinzioni. E questo non vuol dire andiamo a cercare gente del nostro stesso sesso e dell'altro e lanciamoci in orge sfrenate (quanto meno aspettate che torni e invitatemi!) ma vuol dire cercare di fermare quel meccanismo infausto di autoconvinzione che, quando vediamo un uomo (diciamo genericamente omo), che ci sembra bello, ci fa credere che sia solo perché vorremmo essere così, perché è un tipo, perché fa figo. Insomma. Cerchiamo di liberare noi stessi con una costante operazione di autocritica (che non deve sfociare in depressioni o simili, vi prego, ma solo in più felicità e consapevolezza) e, magari, di dare una mano agli altri per capire il nostro punto di vista e, chissà, condividerlo.
Quindi il mio invito a fronte del problema è questo: anche se siamo tutti immersi in un mare di mera merda (o di vomito se stiamo accanto a mio fratello come me...) di divenire storico-sociale e quindi il sangue bolle quando vediamo quel certo profilo procace, cerchiamo di capire che il sangue può bollire anche per quel tipo diverso e uguale.
Ma il problema, a mio avviso, e qui forse entra in gioco il Filippo disfattista che si è reso conto che un'altra chance è volata via in un nonnulla, è che quando si tratta di amore, ma anche di sesso, ma anche di altre relazioni, l'aspetto sociale che vi è sotteso, anche in quanto di intimo nel nostro pensiero e percezione noi chiamiamo individuale, è preponderante.
Insomma, temo che frequentiamo certe persone perché ci immaginiamo in un certo modo; intessiamo certe amicizie perché diciamo di essere così. Ci perdiamo in certi occhi, perché dentro la nostra testa ci siamo detti molte volte che eravamo innamorati del loro proprietario. E questo non negando l'aspeto biologico, ma supportandolo, modificandolo, traviandolo in forme e maniere sempre diverse. E nemmeno sminuendo l'Amore quello dei cuoricini degli angioletti di Shakespeare e via dicendo. No, perché non vale meno di null'altro. Perché tutto, alla fine, è quello che noi facciamo. E tutto quello che noi facciamo lo facciamo perché ce lo raccontiamo in un certo modo.
Quindi, sì, mi sono perso in quegli occhi, per esempio, mi si impasta la bocca in quelle situazioni, scotto a quel tocco perché biologicamente lì c'è quel qualcosa che mi accende un istinto da Discovery Channel, perché quel marrone è il marrone più infinito che abbia mai visto, quelle labbra meglio di un flauto con un serpente e quel tocco più dolce di una sachertorte spalmata poco per volta sulla lingua, ma anche perché mi dico che quegli occhi quei capelli quelle labbra e quelle mani formano un tutt'uno che è nel mio cuore, mi dico che il mio cuore è quello che mi comanda, mi dico e mi ripeto che sono innamorato e che il bacio è il dolce coronamento di due anime che si abbracciano e da lì a sudare per fare avanti e indietro tra le porte scorrevoli del piacere è un passo minuscolo.
E non si tratta di sminuire. Ma di arricchire.
Vedi, allora, come tutta la faccenda sesso si fa estremamente più interessante, più sfumata, più complicata, anche.
E quindi, si, ci sono troppe barriere, ma anche nel predicare il sesso libero alla 68ina si fanno muri. E quindi le siepi in questo labirinto ci sono; si tratta di saperle sfruttare, capire, conoscere e in caso necessario scavalcare.
Insomma, siamo tutti nel labirinto, ma se tutti potessimo camminare sui trampoli ci si capirebbe meglio.
Ok, se i tuoi erano sproloqui io ho deposto buona parte delle mie energie di scrittura in questo piccolo capolavoro dell'arte del non dire nulla. A dire il vero, come si vede, andrei avanti all'infinito privandomi del sonno e deflazionando l'uscita di domani a Teotihuacan e la cena e via di seguito (dove per via di seguito si intende... cazzo ste Messicane ;)!)e quindi, siccome ancora non voglio andare a letto ma volevo scrivere anche altro... lascio spazio a commenti più seri e a sproloqui notturni e solinghi sul sesso da parte di qualcunaltro!
Nel frattempo... godetevela, a quelli che stanno sfruttando questo momento appieno ;)
Sono convinta da parecchio tempo che la verità non esista, e che la risposta univoca sia solo un'utopia. Ma un'utopia all'orizzonte serve a farci proseguire...
Credo che il semplice fatto di porsi certi tipi di domande e soprattutto il non ottenere nessuna risposta sia un passo avanti.
Credo che la consapevolezza di trovarci a nuotare, come dice filo, in questo cazzo di intrico di categorie e categorizzazioni, sia già una gran cosa...
Eppoi, sarà pure una pretesa umanocentrica, ma il mondo, il sesso, o quello che vi pare, lo costruiamo noi, le categorie esterne corrispodono a quelle mentali...e può essere estremamente divertente giocarci, no?Anche perchè credo sia l'unico spazio di trasformazione concessoci: no, le categorie nn sono eliminabili, cancellandone una inevitabilmente se ne costruce una nuova...
Il punto è proprio questo: non si tratta di cancellare, ma di CONTRATTAZIONE continua di spazi con cui trasformare la nostra percezione del "rale".
E prima di tutto si tratta di contrattare con noi stessi, possiamo vivere il sesso come sesso, come amore, come gioco, come masochistico annullaento o come insaziabile scoperta...
Per questo mi fanno così sorridere le pretese di omosessualità o di eterosessualità oggettiva...ma'ndovai? Cioè, ovvio che la discriminazione sociale spinge alla cristallizzazione di un'identità, ma cheddiamine vivetela più fluidamente no?
Bah, mi sa che ho creato un mucchio di frasi banalizzanti e penso anche di non aver capito u cacchio di quel che volevate dire, cmq il mio commento ve lo beccate o stesso...tiè!Cmq fate taaanto sesso che ve le dimenticate le categorie, assicurato!
Inestricabilimati
Ah, phil, se ho capito bene stavi parlando del nous che si dispiega sull'essere, ma nel senso di ontologia neoplatonica che...
Oppure volevi dire che per uno itinere nihil potuit pervenire?
Bah BUh Bhgd
PRRR!!!
come disse Livingstone attraversando quello che sarebbe diventato il Bechuanaland: "Indeed".
Dite dite
che io
applico applico...
O_o
o_O
Mah... ci sono un po' di commenti non si sa di chi... ma... non temere, matim! Quando dico che voglio provare le malattie locali non escludo certo quelle sessualmente trasmissibili ;)
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