venerdì 23 maggio 2008

NEW DELHI 1995

So bene che i ricordi possono affacciarsi alla mente anche solo grazie a un sapore, un odore, un singolo colore...eppure ogni volta mi ritrovo a essere sorpresa, affascinata, a bocca aperta come il bimbo che ogni volta si meraviglia nel ritrovare il viso della mamma nel gioco del cucù....

E mi rivedo lì, in quell'albergo dove avremmo dimenticato due valigie. Eccomi: sono una bambina grassotella, coi capelli ricci e corti sempre arruffati. Ormai mi sono ambientata, dopo la prima settimana di spaesamento completo, dopotutto è dicembre e ho ormai macinato a dovere la scoperta che babbo natale non esiste, perchè sono in India già da un mese...
Riesco a muovermi bene nell'intrico di odori-profumi fortissimi che all'inizio mi stordivano ogni due passi. Cacca di mucca, mucca, cherosene, spezie, frutta marcia, cacca umana, chai, incenso, pachouli, tubo di scappamento, chapati, polvere, sudore, fiori. Adoro comprare le collane di fiori vendute da quelle donne colorate che le intrecciano con una pazienza infinita e con quella fluidità di gesti antichi tipicamente indiana. In teoria servono per adornare le statue degli dei assieme alle offerte, ma io mi diverto a giocare alla dea Khalì avvolta nel mio sari azzurro e con tutte le collane di fiori che riesco a mettermi addosso.
Quando cammino per le strade increibilmente affollate, che ormai non mi spaventano affatto, un sacco di mani scure, che vengono dall'alto, adulte, mi toccano la testa perchè dicono che così cicciottella e ricciola ricordo Ganesh e porto fortuna: DONT TACH MI!

Ma torniamo all'albergo, bianco di calce bianca come la maggior parte dei palazzi, che quasi ti acceca se il sole è ancora troppo alto, o già troppo alto, in cielo.
C'è un cortile interno, rettangolare, di terra battuta che viene bagnata tutte le mattine, attorno a cui si sviluppa l'edificio, con tutte le sue stanze.
Al piano terra ci sono le cucine che si affaccian sul cortile e gli odori salgono verso l'alto e entrano in ogni finestra, non gli si può sfuggire.
Ma la mia parte preferita è il terrazzo, bianchissimo, con un muretto basso che corre lungo tutto il perimetro. Da qui si vedono tetti, o meglio terazzi, di ogni forma e dimensione fino all'orizzonte, con tutti i grovigli di fili a ogni altezza : fili elettrici, fili del telefono, di panni... che spesso formano delle strane matasse a mezzaria, tanto che se sei sul cammello devi abbassare la testa per passarci sotto.

La cosa più bella però sono gli allenamenti degli aquiloni. Sono piccoli, quadrati, di carta velina colorata, e svolazzano di tanto in tanto sopra il traffico della città. E' ancora presto per la gara, manca tempo, ma qualcuno inizia già a fare le prove, a comprare i materiali e a costruirli con i risparmi di tutto un anno.
Io ho conosciuto Rama, un bambino che sembra avere la mia età e che invece ha sei anni di più.
Occhi grandi, neri neri e luccicanti. Sorriso timido, maglietta rossa tutta bucata.
Rama abita nell'albergo, giù nel cortile, dove lavora vive e dorme. E di una casta bassa, di quelle che non possono neanche accettare le mance perchè devono prendere solo la ciotola di riso che gli danno a fine giornata.
Dopo pranzo i tetti sono deserti, perchè è davvero troppo caldo, ma a me piace andarci lo stesso a giocare, con le stoffe colorate egli incensi, mentre la mamma e la marilù leggono in camera. Ero nell'unico angolo con un filo d'ombra, accovacciata, a cantilenare sillabe senza senso, cercando di giocare al tempio, e facendo dei mini-falò con i fiammiferi messi a capanna.
Rama mi viene incontro con il suo aquilone, rosa, piccolo, all'apparenza fragilissimo. Me lo mette in mano, tutto serio, e corre dall'altra parte del terazzo con il rocchetto, che è un bastoncino col filo arrotolato.
Io mi rendo conto che sono proprio imbranatissima e un po' me ne vergogno, così rimango lì imbambolata con l'aquilone in mano. Rama mi guarda con un espressione strana inclinando la testa da un lato. Poi sorride, e tutti e due iniziamo a ridere a crepapelle senza alcun motivo al mondo. Mi fa capire che devo correre e lanciarlo in alto. Così lo faccio, e anche se non c'è molto vento riusciamo a farlo volare. Rama mi parla un sacco, ma sa solo due o tre parole di inglese e io pure, quindi ognuno parla nella sua lingua e tutti e due, come per un tacito accordo, facciamo finta i capire perfettamente tutto. E sempre per questo tacito accordo ci ritroviamo i giorni successivi sul tetto, a far volare l'aquilone. Sempre nelle ore più calde, perchè sono le uniche che lui ha libere dalla cucina, e io non so come ma lo so.
Convinco la mamma a regalargli un filo più figo...e anche della carta velina gialla e blu, sono i miei colori preferiti.

Poi il flesh scompare, si accavalla e sovrappone ad altri ricordi. Che poi i ricordi di bambino non si sa mai quanto siano reali e quanto dipendano dall' l'immaginazione che immaginava e creava mondi su mondi....

1 commento:

Anonimo ha detto...

Matimaf, quell'immaginazione che crea mondi su mondi è la cosa più bella... E solo in questo modo si può sguazzare dentro alle foto che teniamo da qualche parte in un cassetto...
Prima o poi ci perderemo dentro a questo oceano di fantasticherie che sanno davvero di realtà, ma sarà un perdersi incredibilmente dolce.