lunedì 7 luglio 2008

Litterae

Da questa clausura forzata, da questa pigrizia imposta da imposte chiuse dalle nuvole, cerco di trarre spunti per capire un po' cosa sta succedendo. Almeno questo è quello che in un primo momento mi sorprendo a pensare.
In realtà correggo la rotta... non si può sempre capire.
E allora prendiamo queste emozioni così come sono, affondiamoci la testa per uscirne coi capelli bagnati e gli occhi rossi. Rinunciamo per un po' alle lenti di questo fuoco, di questo incenso che da dentro mi affumica con un'inquieta curiosità, facile preda dei sospiri più inudibili.
Sento le fibre del mio corpo distendersi e, lentamente, travestirsi di marmo nelle note di un bebop distante, con sguardi di calavere ammiccanti e impiumate.
I granelli del tempo mi rimangono tra i denti e me ne dimentico, al mattino, quando mi perdo nei riflessi dell'acqua attraversata dal sole. Desidero, ovviamente, riempirmi i polmoni di questo suo odore, sfogliare le pagine fatte a mano di una vita dipinta a toni nuovi.
Possono anche suonare stonate, ma questa musica è la mia casa, dove riposo gli occhi; la palestra in cui mi addestro a non guardare.
Le nuvole, poco per volta, si aprono, ma il sole è quasi scomparso ormai, insieme a tutti i confini delineati, in quell'ora in cui ogni tratto è parte di un'unica macchia sensualmente uniforme e indistinta.

"Dice che farà brutto per altri due giorni almeno"

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.


Non chiedere, o Leuconoe (è illecito sapero) qual fine
Abbiano a te e a me assegnato gli dei,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare
quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni,
oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno
contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca
lunghe speranze per la vita breve. Parliamo e intanto fugge l’astioso
tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.

(la traduzione di Canali è la migliore...)

Quanto è brutto voler sapere il futuro, no? Quanto odio il meteo. Lasciamo all'oggi almeno la speranza nel domani. Magari il sole ci sorprenderà.
Nel frattempo, nel crepuscolo incerto e vago, dove le figure si affacciano dalle ombre e la mente può correre libera nella realtà, vedo un postino spuntare dal buio.
Come rispondere alla mille lettere non arrivate a destinazione? Ai telegrammi non recapitati, persi, smarriti nel cammino?
Prendo carta, penna, inchiostro e una busta bella grande.
Rifletto, chino su me solo, nel foglio bianco, e riaffiorano emozioni lontante e prossime, confuse, anche loro, in un indistinto e vago dolore tra le costole.
Il cielo sbava tutti i colori ordinati dalla vita; passa, umido di nuvole, sopra ai caran d'ache della realtà e al crepuscolo conclude il suo lavoro in un tripudio di fuoco.
Anche il foglio dev'essere umido. Perché umide sono le sensazioni che sono finite nei cassetti più intimi della mia carne, le memorie, bagnate dal tempo, bagnate di quell'umidità un po' muffa tipica di quello che è passato, che è rimasto indietro, in una cantina ancora non ritinteggiata. Umido di lacrime, salmastre di gioia e malinconia.
Ma non basta.
Sì, perché quello che si ha sfiorato una volta sta rinchiuso solo per poter essere liberato, come gli uccelli per le vie di Benares, che i mercanti vendono per vederli volare via dalle gabbie. Allora la lettera si dovrà aprire, come la porticina di quelle gabbie, lasciando in libertà i sorrisi, le lacrime, i baci, i fremiti.
Una musica vibra nelle corde di ogni spettacolo di marionette; e ogni corda fa il suo percorso, libera di seguire la sua bambola, e risuona di toni diversi, echeggiando anche sul foglio spalancato, dentro la stanza più intima della memoria.
Anche l'odore riempie quella stanza di fragranze sempre esotiche nella loro banale freschezza estiva o nel loro ricercato livore invernale.
Le temperature, le misure, le consistenze declinano l'ambiente in mille scenografie differenti e con il gusto di sapori solidi e concreti, fatti di mani, di muscoli, di impasti e di padelle speziate scrivono nella lettera la grammatica di ogni secondo, per suggerire una voce, una goccia di questo inchiostro speciale che è il ricordo. Il sogno.
Questo io scriverei, con questo abbraccerei senza condizioni, senza pudori, quasi senza corpo, sicuramente senza barriere, tutti quelli che ancora attendono, o che non ricordano più, un sorso di vita in compagnia.
E a sugellare la lettera le mie labbra si schiuderebbero in un sussurro che sveglia gli occhi di ogni secondo, gonfi di emozioni, per dire che questo è la vita ed è il nulla.
Questo scriverei, se non mi fossi addormentato sulla poltrona, al fresco di una piovosa aria lacustre.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bello!le lettere mai recapitate sono le mie preferite.
Si, l'umido estivo risveglia, bagnandole, stanze che credevamo sopite, ma per quanto mi riguarda è impossibile abbandonarsi all'oggi senza temere almeno un po' il meteo del futuro.