Nel momento in cui cambia il vento, ti prende una sensazione strana. Sotto il cielo argentato di un Nord tanto onirico quanto reale, tutte le immagini di quello che è successo fino ad ora, tutte le pagine dei volumi precedenti, si sono messe a volteggiare nella stanza, come foglie mosse dal vento. Quelle foglie, che mi turbinano attorno, sono le foto di viaggi, momenti condensati in un ricordo, tanto vago quanto chiaro, adesso, nei miei occhi.
E in quei giorni, in cui il vento cambia, appena prima che ti porti via con sé, quando ancora stai assistendo a come tutto, attorno, viene sospinto più in là, beh, in quei momenti vedo la mia vita, tutte le vite, tremare, quasi di freddo, forse di paura, di fronte alle nuvole che incombono, di fronte al cambiamento che non si farà attendere a lungo.
Il cambiamento, qui, è già abbastanza concreto quanto le pareti, ancora spoglia, della mia stanza, quanto l’aria che entra dalla porta finestra, gelida di quello squisito soffio del Nord. E se guardo fuori dal balcone, non c’è scampo. La mia nuova vita, la mia nuova esperienza, è qui. E ho tutto il tempo per realizzarlo. Forse troppo tempo.
Il tempo che non mi prendevo da due anni. Il tempo vuoto, che si riempie di fumo o di whisky come le ampolle di qualche laboratorio della fantasia e preme per caricarsi di un po’ del peso di tanta bellezza e tanto timore.
La mia barca ha appena preso il largo, il vento si sta alzando, l’orizzonte è chiaro e steso davanti a me. Devo solo preparare le vele. Nemmeno. Già fatto. Devo solo attendere. Non tanto la meta, quanto l’avventura. Il viaggio in sé, che strapperà ogni istante allo scrupoloso sguardo dell’ozio per gettarlo nel calderone dell’ansia, dell’improvvisazione, della vita.
E allora aspetto, sapendo che dovrei prepararmi, immobile, come in quelle scene, nei film, in cui i protagonisti ti fanno infuriare e stanno mezzora fermi lì, capendo tutto quello che gli si sta per scaricare addosso ma senza la forza, il coraggio o la volontà di muoversi.
In quello stesso atteggiamento, non rassegnato ma immobile, sto di fronte al computer, nella mia nuova stanza, all’ottavo piano della casa per studenti di Ørestad, da dove posso vedere il cielo troppo luminoso per essere plumbeo che rimbalza sui tetti di Christianshavn, all’orizzonte, vagamente confuso dalla bruma che sembra affiorare dalla terra piatta per aggiungere un po’ di magia all’aria, forse generata dalla forza di un Nord ancora immerso nei miti.
Di fronte ai libri, alle mille cose da fare, da preparare, da vedere e visitare. Sto fermo. Aspetto che si abbattano tutte su di me, come so che faranno. Per poi lamentarmi di essermi fatto cogliere impreparato. Ma forse questa impreparazione è proprio il sapore del brivido che freme e risale la schiena, che colora di avventura l’aprire la porta. O forse il vento del Nord mi ha già reso un po’ matto. Forse qualcosa di scandinavo mi è entrato dentro, chi lo sa, con quel boccone di marmellata di lamponi, o con quella boccata d’aria di Helsingør.
Nel dubbio non mi muovo, per non farlo scappare via. Aspetto di procurarmi la mia pipa, il mio tabacco, di curare la barba e gli occhiali puliti anche nel design e scrutare il grigio specchio dell’Østersøen.
Insomma, sì, sono a casa, ancora una volta, ancora tra pareti sconosciute.
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